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GLI OCCHI SU BERLINO

Reportage sul destino segnato di una città e di una nazione.

Di Joseph Roth non si sa molto, o meglio, quello che si sa viene preso spesso con cautela dagli studiosi, specialmente se la fonte di queste notizie è Roth stesso. Dicono di lui in molti - Dennis Marks in una intervista rilasciata poco prima di morire su Literalab.com, citando anche la biografia di David Bronsen sulla vita dell'autore stesso, - che con il genio convivessero altre "doti": ad esempio una personalità estremamente egocentrica, con vette non celate di mitomania. Esistono anche pochissime foto. Fatto che contribuisce all'ingigantimento di un'aura misteriosa e sfuggente. La più interessante che mi è capitato di vedere è certamente una che lo ritrae intento nella lettura di un giornale, con una sigaretta appesa alle labbra, seduto su una panchina. Vicino a lui una donna che guarda la fotocamera. Non è solo un bello scatto, ma è con ogni probabilità quanto di più vicino ci sia arrivato a noi circa l'essenza di Roth stesso. Uomo di lettere - di giornali soprattutto -, visionario di parole.

Il mio primo incontro con la sua opera lo devo ad un recente viaggio a Berlino, e più nello specifico ad una passeggiata dentro Dussmann, una famosa libreria nel cuore della città, su Friederichstrasse. Il libro in questione si intitola "What I saw - Reports from Berlin 1920-1933" (Granta Books). Il periodo in questione suonerà ai più familiare come gli anni della fragile Repubblica di Weimar, oltre che come l'epoca in cui la modernità ha vinto l'uomo. Il caso ha voluto che Roth fosse a Berlino per gran parte della durata della Repubblica, e che vi fosse in qualità di giornalista per diverse testate nazionali, principalmente: Neue Berliner Zeitung - 12 Uhr-Blatt, Berliner Boersen-Courier e in seguito Frankfurter Zeitung.


Scene di strada, George Grosz, 1925

Oggi guardiamo alla Repubblica di Weimar come alla breve parentesi tra la Prima Guerra Mondiale e l'avvento del nazismo, il preludio drammatico alla Seconda; e naturalmente è vero. Ma Weimar è stato molto di più. E' stato anche un periodo eccitante e divertente, in cui una capitale, nata con il solo scopo di esistere, ha abbracciato e al contempo è stata stritolata dallo spirito del tempo. Berlino non è il solo esempio, reportage simili sulle grandi città occidentali sono stati scritti anche per Parigi e New York per dirne giusto un paio, ma la sensazione è che quello che è successo qui, nella capitale tedesca, sia stato drammaticamente più influente per il resto del mondo. A Berlino era possibile assistere in vitro a tutti i conflitti e le contraddizioni di un decennio: comunisti, nazionalisti, spartachisti, profughi, ebrei, anti-sionisti, pacifisti, guerrafondai, nuova oggettività, bohemien, Bauhaus. Berlino è stata nei quindici anni scarsi di Weimar il laboratorio dell'epoca contemporanea.

Joseph Roth l'ha girata in lungo e in largo, apprezzandola ed odiandola allo stesso tempo. Giornalista vagabondo se ce ne è mai stato uno, con un passato da profugo ebreo che lo ha portato dall'odierna Ucraina a Vienna, fino alla capitale tedesca. Roth ha fatto del suo essere senza patria - in realtà del suo ritrovarsi senza una vera patria alla caduta dell'impero asburgico - un elemento chiave della sua visione delle cose e del mondo. Deve aver consumato più di un paio di scarpe in quegli anni febbrili e ruggenti sui marciapiedi di Berlino, con lo scopo di ritrarre una città per i più incomprensibile. L'arte delle sue descrizioni era quella del feuilletton. In una lettera all'editore del Frankfurter, Benno Reifenberg, ne parla così:

What people pick up the newspaper for is me. (...) I don't write "witty columns". I paint the portraits of the age. That's what great newspapers are there for. I'm not a reporter, I'm a journalist; I'm not an editorial writer, I'm a poet. (pag. 16)

I soggetti principali di Roth sono i più umili, i dimenticati, uomini appena sfiorati e mai invitati alla festa del progresso. Ogni personaggio, anche quello appena abbozzato, è la rappresentazione atomistica ed isolata dell'intera umanità in una città che l'umanità l'ha persa, scandita come è nei suoi rituali e nei suoi tempi dalle necessità del nuovo secolo. E' con questo spirito che vanno affrontati gli articoli selezionati in questo libro, in cui siamo accompagnati per mano tra i rifugiati, ebrei come lui in fuga dai pogrom dall'Europa dell'est, o tra i senzatetto - anche essi come lui, in un certo senso - autori di una rivolta nel rifugio di Froebelstrasse. Un pezzo estremamente toccante è dedicato ai morti senza nome di Berlino, il cui unico segno in questa vita è una foto appesa nei corridoi di una stazione di polizia:

Thousands of unknown people die in the city. Without parents, without friends, they lived lonely lives, and no one cared when they died. They were never part of the weave of a society or community - a city has room for many, many lonely people. (pag. 82)

Altri articoli sono invece dedicati alle stramberie della modernità: al traffico cittadino e al primo semaforo mai attivato, ai grandi centri commerciali e ai parchi giochi, alle corse ciclistiche e ai grattacieli
che sembrano puntare a Dio ma che alla fine non sono altro che bar e locali tra le nuvole. Lo stesso Roth nutre sentimenti contrastanti rispetto all'idea di progresso che ha davanti agli occhi: delle volte ne è affascinato e divertito - come nel caso della celebre Sei Giorni di Berlino (Sechstagerennen) una competizione unica nel suo genere, o in quello della celebre S-Bahn dai cui vagoni è possibile scorgere l'umanità
dietro le finestre -; altre volte appare invece sconsolato e quasi compatisce chi gli è di fronte. In tutto questo però la sua lente non si distacca mai dai veri protagonisti della sua scrittura: i berlinesi; Roth si scopre fine indagatore delle loro reazioni, dei loro sentimenti, dei timori e dei pregiudizi. Pur non mancando di umorismo oltre che di vere e proprie note di scherno e paternalismo; è la pietà il sentimento che fa da collante ad ogni pagina. Per Roth, alieno in una città di alieni, le persone sono perlopiù vittime.

Da un punto di vista storico i due reportage più rilevanti sono senz'altro gli ultimi due: il primo, che si intitola Farewell to the Dead, è il resoconto del funerale di Friedrich Ebert, presidente social-democratico della Repubblica dal 1919 al 1925. Le cinque pagine del pezzo non sono affatto un banale coccodrillo del defunto, anzi, l'aspetto che maggiormente interessa Roth è la reazione per lui inaspettata della città, per la prima volta unanimemente compassionevole. Il dettaglio più tenero è dedicato alle persone che in file ordinate lasciano una firma sul libro delle presenze; peccato di vanità di carpentieri e negozianti che vestiti a lutto aspirano ad un momento minimo di affermazione della loro esistenza. Il raccoglimento sarà breve, seppur intenso; tempo poche ore e la città ricomincerà con i suoi ritmi: i martelli a martellare le strade in perenne costruzione, i viaggiatori inghiottiti nelle grandi stazioni. Compassione e rispetto hanno vita breve tra i moderni clamori.

Quel momento effimero che è stata invece, e in fin dei conti, Weimar troverà invece il suo apice tragico nei roghi dei libri sgraditi al Terzo Reich. Autodafé li chiama Roth rievocando Torquemada. Siamo nel 1933, e stavolta Roth non è più a Berlino, ma già in esilio a Parigi e scrive sul Cahiers Juifs:

Very few observers anywhere in the world seem to have inderstood what the Third Reich's burning of books, the expulsion of Jewish writers, and all its crazy assaults on the intellect actually mean. (pag. 207)

Roth, in questo pezzo fortissimo, si distacca naturalmente dallo stile del feuilletton e impugna la penna con il vigore della spada. L'uomo europeo ("the European mind" nella versione inglese che ho tra le mani) è stato sconfitto dalla sua debolezza, dalla sua pigrizia, dall'apatia e dalla mancanza di immaginazione. Alla luce di questo ultimo articolo tutti i precedenti assumono un connotato ancora più amaro. Oggetto della dolorosa considerazione di Roth è la malata idea di identità tedesca propugnata dal nazismo: la purezza del sangue e altre amenità. Come si può essere puri, si interroga Roth, se la propria cultura è stata fino a pochi anni prima la stessa di un Impero che lambiva l'estremità orientale dell'Europa, e aveva unito sotto la lingua tedesca popoli, culture ed etnie diverse? Non hanno forse contribuito alla grandezza della cultura germanica tutti quei grandi scrittori che si sono espressi in tedesco e che nella lingua di Goethe hanno regalato i loro prodigi all'intera umanità? Con la cacciata dei grandi scrittori ebrei e delle altri grandi menti che l'autore non manca di citare quasi uno ad uno, con l'incendio scellerato dei loro libri, la Germania del Terzo Reich è regredita allo stato primordiale dei barbari, dei Cimbri e dei Teutoni. La grande cultura tedesca è quella che viene data in pasto alla fiamme e non quella che in nome della sua affermazione si mutila dei suoi frutti più preziosi. Non fosse per questa nazione tedesca allargata, l'unica autentica, la Germania dal sangue tedesco sarebbe ancora inchiodata alla croce di ferro dell'autoritarismo e del militarismo prussiano. "Non ho mai letto un libro" sembra aver detto una volta Hindenburg; bruciare i libri non è dunque che il passo successivo lungo una strada che ha avuto il suo inizio con gli Hohenzollern sovrani di Prussia. Se è questa l'idea di Germania della nuova classe politica del Terzo Reich, allora sì, non vi è spazio alcuno per i vari Max Brod, Alfred Doeblin, Paul Heyse, Reiner Maria Rilke e tutti gli altri grandi ebrei di lingua tedesca che della vera idea di Germania sono stati motivo di lustro e vanto; che vada tutto alle fiamme!

Per Roth scrivere feuillettons significava "scrivere il vero in mezza pagina". Non è dato sapere quanto ci sia di vero negli uomini che descrive, nelle persone che scrive di aver incontrato nelle barberie o nei locali notturni di Berlino; se si tratta di uomini e donne realmente esistiti, o se piuttosto sono il frutto della sua vasta immaginazione; maschere, magari caricaturali, modellate su uomini e donne che ne hanno stuzzicato a sufficienza l'immaginazione, al punto di meritare un "ritratto". What I Saw è per colpa di questa pessima fama dell'autore sempre in bilico tra immaginazione e realtà, eppure nulla, nemmeno una briciola di quello che scrive Roth si può dire inautentico.

GLI OCCHI SU BERLINO
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