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IL SOCCOMBENTE

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Ovvero sul non riuscire ad essere.

"Ed ora - lo confesso - invidio. Soffro | di una profonda, torturante invidia. | Dov'è giustizia, Dio, se il dono sacro, | se l'immortale genio non è dato | in premio ai sacrifici, amore ardente, | preghiere, zelo diligente, studio, | e illumina un pazzo, un vagabondo | ozioso! ... Oh Mozart, Mozart!"

Sono queste le parole messe in bocca a Salieri, nella rappresentazione teatrale Mozart e Salieri di Alexandr Puškin e messa in scena da Rimskij-Korsakov il 25 dicembre 1898 a Mosca.

Allo sfortunato Salieri è stato dato un ruolo infame dalla storia, vale a dire quello di odiatore del genio inarrivabile. Un ruolo simile per quanto infinitamente più complesso è quello che Thomas Bernhard cesella nel suo Il soccombente (Adelphi). Qui si va ben oltre il piatto meccanismo dell'invidia, e lo si fa per mezzo di un'opera ardita: un lungo monologo, come era congeniale al Thomas Bernhard romanziere, che ha in sé, nascoste e ostiche, simmetrie al pari delle Variazioni Goldberg, l'opera-ossessione, nonché leitmotiv di tutta la narrazione. Il soccombente è la storia di tre ragazzi, narrata in un unico flusso senza sosta dall'unico ancora in vita; Glenn e Wertheimer sono già morti, il primo stroncato da un ictus, il secondo morto suicida. Glenn è Glenn Gould, il pianista più grande del secolo passato.

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I tre si sono conosciuti nel Mozarteum, la prestigiosa scuola di musica di Salisburgo dedicata proprio al suo genio, per studiare con Horowitz, un maestro di cui tutta l'Austria parla. Sognano tutti e tre di diventare virtuosi del pianoforte, e due sono perfino brillanti; il problema è che Glenn Gould era già Glenn Gould, fin dal suo primo vagito. Le carriere degli altri due, dunque, comunque eccellenti artisti del pianoforte, sarebbero terminate sul nascere, letteralmente annichilite, dal momento in cui entrambi furono al cospetto delle prime note delle Variazioni Goldberg suonate da Glenn. In quell'istante ogni sogno sarebbe diventato velleità insopportabile e ridicola.

Thomas Bernhard, scrittore virtuoso a sua volta, ci porta in un viaggio breve ma intenso all'interno della psiche del più interessante tra i due personaggi, che ovviamente non è il genio di cui tutti parlano, ma bensì il soccombente, Wertheimer. Questo appellativo, tragico in sé, fu dato a Wertheimer proprio da Glenn, nel corso degli anni a Salisburgo, quando i tre arrivarono addirittura a condividere un tetto sopra la testa. Nelle sua fredda spietatezza, Glenn, ricorda dall'oggi il narratore, era riuscito ad inquadrare alla perfezione il destino del collega. Wertheimer tra i tre, era l'unico che voleva diventare con tutte le sue forze qualcuno che non sarebbe mai potuto essere, e non perché incapace, anzi, sarebbe stato anche lui tra i migliori virtuosi del mondo, tra i pochi in grado di riempire i teatri più belli, eppure non sarebbe mai bastato; tra i virtuosi, si erano convinti entrambi, o si è il più grande o non si è affatto. Che senso può avere dunque cimentarsi in qualcosa sapendo perfettamente che vi è qualcuno infinitamente più bravo di te? A maggior ragione se tu quel qualcuno lo hai incontrato e addirittura conosciuto, e per questo ti ci sei potuto misurare fin dal principio? Proprio come più di cento anni prima, sotto lo stesso cielo spietato d'Austria dunque, si era andata dunque consumando la stessa identica tragedia: ancora un Mozart, ancora un Salieri. Ancora un genio e un soccombente.

In realtà la vera e propria vittima del corso di Horowitz non sono stato io, pensai, ma piuttosto Wertheimer, il quale, in mancanza di Glenn, sarebbe certo diventato un eccellente virtuoso del pianoforte, celebre forse in tutto il mondo. E' lui che in quell'anno, per frequentare il corso di Horowitz, ha commesso l'errore di andare a Salisburgo dove poi è stato annientato non da Horowitz ma da Glenn. Glenn ha Wertheimer sulla coscienza, pensai. (...) Glenn aveva suonato solo un paio di note e già Wertheimer aveva pensato di riunciare a tutto (...) (p.95)

Presa coscienza della questione, il narratore si sarebbe sbarazzato del suo prezioso Steinway, e anche Wertheimer non avrebbe più suonato una singola nota, ma piuttosto si sarebbe rifugiato nella scienza dello spirito, finendo col diventare un insulso aforsista oltre che un essere umano spregevole nel suo rapporto con gli altri. Glenn dall'altra parte dell'Oceano invece sarebbe stato divorato dalla sua arte; avrebbe fatto qualche concerto - pochissimi in realtà - e infine si sarebbe rinchiuso nel suo bunker, ad incidere e incidere le sue registrazioni all'infinito. Sarebbe diventato pianoforte, dice Bernhard, e infine sarebbe morto per la sua stessa arte, stroncato al suo culmine.

Anche nella morte Wertheimer invidiò Glenn Gould. Non gli fu possibile infatti tollerare l'idea di sopravvivergli e così, non potendo più morire immolato anch'egli sull'altare dell'Arte come avrebbe sempre desiderato, proprio come Glenn accasciato sull'amato Boesendorfer, avrebbe finito con l'inscenare una ridicola pantomima, l'ennesima della sua vita senza scampo. Giunto alla fine dei suoi giorni, all'età di 51 anni, avrebbe dapprima ripreso possesso di una sua casa di campagna fino ad allora abbandonata; lì vi avrebbe invitato tutti gli ex colleghi del conservatorio, artisti che avevano finito col fare scempio delle loro limitate capacità artistiche insegnando nelle case dei borghesi e dei nobili decaduti l'arte del pianoforte a mocciosi senza alcun talento; qui si sarebbe seduto dopo moltissimi anni di fronte ad un pianoforte, il peggiore di tutta l'Austria, - uno strumento senza alcun valore oltre che completamente scordato -; avrebbe suonato qualcosa, mentre nel grammofono giravano perfette le Variazioni Goldberg di Glenn ed infine si sarebbe impiccato, a pochi metri di distanza dalla casa della sorella, l'ultima in ordine di tempo ad averlo abbandonato nella sua vita da soccombente.

Scrive Thomas Bernhard:

Non c'è niente di più tremendo che vedere un essere umano il quale è talmente grandioso che la sua grandiosità ci annienta, e mentre noi questo processo lo osserviamo e lo sopportiamo e alla fin fine non possiamo far altro che accettarlo, in realtà non crediamo affatto a questo processo, e rimaniamo increduli ancora molto tempo, fino a quando, pensai, esso non si trasforma ai nostri occhi in un fatto incontrovertibile, ma allora non c'è più niente da fare, per noi è finita. (p. 94)

IL SOCCOMBENTE
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