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L'INCONTRO

Storia e viaggio di due vite inconciliabili.

Quando si legge un libro tradotto dal tedesco si ha spesso la sensazione che quello che ci si trova davanti non è in fondo il vero libro. Troppo diversa la struttura, l'ordine delle parole, la musica del testo. Confesso di aver avuto spesso questa sensazione fino ad oggi. NelL'Incontro di Bodo Kirchhoff (edito da Neri Pozza) e tradotto magistralmente da Riccardo Cravero questa sensazione però sparisce per sempre, relegata allo sciocco pregiudizio da cui certamente originava. Quello che si legge in questo libro è cosí curiosamente perfetto in ogni singola parola, ogni virgola, al punto raro che tutto sembra essere dove dovrebbe essere, che non si potrebbe togliere o aggiungere niente all'interno di questo miracolo linguistico; e che per essere così, così doveva essere stato dapprima pensato e poi scritto originalmente dall'autore, nella lingua che anche io casualmente comprendo, e non in quella arcigna di Goethe e mille altri giganti, perché come si potrebbe scomporre il tessuto narrativo e tradurlo in altro idioma senza intaccarne la sua magistrale manifestazione?

L'Incontro

La storia di per sé è di una semplicità disarmante. Lui, Reither, e lei, Leonie, sono due tedeschi, lui più grande di lei, ma non drammaticamente più grande. Entrambi sono falliti, ognuno a modo suo e non senza una certa fatalità in un momento ben chiaro della loro vita. Lui allora si è stufato di lavirare a libri sempre più spesso insulsi con la propria casa editrice, mentre lei, cappellaia un bel po' fuori epoca, non trovava più facce adatte alle proprie creazioni. La ragione dell'incontro, di sfondo e in fin dei conti mero pretesto narrativo, sta nel libro autopubblicato che lei ha scritto, ancora senza titolo, e che nel cuore di una notte vorrebbe sottoporre all'attenzione di Reither.

Tale richiesta diverrà nell'arco di poche ore trascorse a casa di lui il preludio di un viaggio, per certi versi inverosimile, a bordo di una vecchia decappottabile, nella gelida notte del Weissach. Il più classico dei viaggi senza meta, che nato per assistere al sorgere del sole, li porterà oltralpe, giù fino in Italia.

Nel corso del viaggio le storie reciproche si schiuderanno lievemente, più nei pensieri trattenuti che non nelle parole scambiate schive e mai prive di ritrosie. Solo un consumo smodato di nicotina permetterà in più di un'occasione lo sblocco di silenzi altrimenti schiaccianti. <<È bella Ancona?>>, <<È bella Bari?>>, si troverà a chiedere spesso Leonia, mentre i due quasi inevitabilmente scendono la costa adriatica per ritrovarsi infine imbarcati su un traghetto per la Sicilia. Qui decideranno di alloggiare finalmente a Catania in un bed and breakfast nei vicoli della città vecchia.

La dinamica binaria che lentamente si era venuta a creare tra i due - di colazioni in autogrill e sonnellini in auto - verrà bruscamente interrotta durante una cena a base di pesce da un terzo personaggio: una bimba di strada, taciturna e ladruncola, forse straniera del nord Africa. La sua entrata in scena sarà un vero e proprio momento fatale: entrambi, nel corso della loro vita, avevano perso la trinità familiare - rifiutata lui, a seguito di un aborto deciso con la vecchia compagna, e perduta lei, per la morte tragica della figlia adolescente.

Ancora una volta, per un sadico scherzo del destino, sarà proprio la presenza del Terzo, inconcepibile da elaborare e sempre di troppo, il motivo di una separazione dolorosa. Motivo di infelicità per due esemplari di europei incapaci della responsabilità genitoriale e non solo. Responsabilità, che come in una medaglia rovesciata e pradossale, rappresenta non un peso ma bensí l'autentica forza per chi al mondo dell'opulenza e delle opportunità occidentali aspira con ogni fibra del proprio corpo. Vi è tutto un mondo, sembra dirci Kirchhoff, che non ha tempo e modo per perdersi nellà vanità e nella vaquità dell'autocommiserazione.

Scritto con sapienza da una penna raffinatissima ad oggi ancora semisconosciuta in Italia, perennemente sul filo di atmosfere delicate e sfuggenti, proprio come l'asfalto bulicamente divorato dalla spider tedesca, L'Incontro è un libro superbo e pluripremiato (vincitore del Deutscher Buchpreis 2016), che non risparmia al lettore un'analisi spietata e patetica dei vizi e delle virtù degli occidentali. In un'epoca di movimenti e migrazioni forzate, il viaggio intrapreso dai due protagonisti assume i connotati di una farsa annoiata; al punto che pur sforzandosi non avranno la forza di abbracciare con tutto se stessi la vera conseguenza del viaggio: vale a dire l'incontro con l'altro. Ovattati da muri di incomunicabilità poco più estesi di quelli della decapottabile.

Iniziato nel buio gelido della ricca Germania e terminato nella luce inaudita delle coste del sud Italia, il viaggio di Reither e Leonie, sarà in realtà un viaggio in se stessi; una presa di coscienza del proprio fallimento come uomini, e forse sí, solo alla fine, motivo di autentica consapevolezza. Sempre soli, anche quando gli eventi li porteranno ad essere in tre, anche nei momenti di maggiore vicinanza ed intimità i due protagonisti non saranno mai realmente qualcosa di più di se stessi, mai una vera coppia, nemmeno una di quelle che ridicolmente imperversano in ogni dove con cappello di paglia in testa e fotocamera al collo. Reither e Leonia sono piuttosto due singolarità, vicine in fondo solo per illusione prospettica, come due astri distanti anni luce l'uno dall'altro.

Il mare sarebbe ciò che non si vede, cita Reither ad un certo punto, ricordando le parole di una scrittrice a lui nota. L'Incontro mi ha fatto pensare, con simile analogia, che la vita è in fondo ciò che non si vuole o non si ha il coraggio di dire.

L'INCONTRO
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