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SALVARE SE STESSI

Sulla giustizia e la memoria nella Spagna franchista e oggi.

Il problema con le parole è che non possono non avere un significato. Quasi ogni scrittore è consapevole di ciò, eppure nella mia vita di lettore mi è capitato di afferrarne a pieno il senso più profondo solo leggendo i libri di Javier Marìas. Di Marìas ormai si è detto e si conosce molto; si conoscono le passioni - Real Madrid, musica, il vecchio cinema americano -, si conoscono i feticci - Henry James, Shakespeare, Juan Benet - e le idiosincrasie - molto di questi anni -; eppure, di tutti gli scrittori del nostro tempo, almeno tra i perenni candidati al Nobel, è il meno pop. Forse perché quando lo si legge, anche quando si sfogliano rapidamente i suoi libri, si nota subito una differenza dagli altri: impossibile, o quasi, che diventi fruibile ai lettori più superficiali, magari a quelli cui piace usare o diffondere sui social brevi frasi decontestualizzate. La scrittura di Marìas è un profluvio di subordinate, digressioni, al punto che spesso si ha il senso dell'apnea da capoverso a capoverso. Da questo punto di vista è uno scrittore contemporaneo ma antico, verboso e anche vagamente accademico. Può contare su un nucleo di lettori forti, soprattutto in Europa, ma non è certamente famoso come Murakami, né porta sulle spalle il peso della grandezza letteraria statunitense - con tutti i pro e i contro di un tale fardello, come De Lillo, Roth e Pynchon potrebbero testimoniare.

Marìas è spagnolo, e in quanto tale vi sono solo due giganti con i quali è costretto a confrontarsi: Miguel de Cervantes e José Ortega y Gasset; il primo in quanto padre nobile e pesantissimo della lingua, il secondo come pensatore chiave. Entrambi sono citatissimi nelle opere di Marìas, che spesso utilizza proprio i due padri come riferimenti, appigli narrativi e anche stilistici. Le loro citazioni - Marìas cita moltissimo - sono spesso usate per integrare e nobilitare pagine piene di pensieri e considerazione storico-culturali. "Tu stesso hai costruito la tua sorte", (Gli Innamoramenti, Einaudi, p. 55); sono spesso citazioni come questa di Cervantes che finiscono nei dialoghi e nei pensieri di personaggi colti e introspettivi. Il richiamo a Ortega è spesso meno apparente, e più sotterraneo. "Io sono io e la mia circostanza, e se non salvo questa non mi salvo nemmeno io" questa frase apparve per la prima volta in un saggio di Ortega proprio sul Chischiotte dato alle stampe nel 1914. E' una considerazione potente, quasi pre-esistenzialista, che è diventata cardine della letteratura di Marìas. Pochi autori infatti studiano e meditano le circostanza dei propri protagonisti, quelle immanenti e quelle più lontane nel tempo, come Marìas, il tutto al fine di dare significati al mondo che altrimenti nasconde, sempre e comunque, buona parte del vero. Mutatis mutandi, in lui come nei due padri letterari, è l'uomo il centro del mondo, oltre che il custode del proprio significato.


José Ortega y Gasset. Foto: archivio EFE

La lezione di Ortega è stata fondamentale per Marìas più che per molti altri, anche perché il padre ne fu allievo. Salvare la circostanza, dare un senso per darla a se stessi, è qualcosa che Marìas fa e continua a fare in ogni libro: specialmente in quelli in cui il narratore in prima persona, - anche questo retaggio della tradizione picaresca spagnola - si muove tra le fitte maglie della lingua come un personaggio o delle volte un fantasma della storia stessa. Non è raro imbattersi in pagine e pagine di digressioni scatenate dal più piccolo dettaglio: degli aeroplanini che pendono dal soffito nella camera di un bambino (Domani nella battaglia pensa a me), o un buco nella calza di una donna che si sta pedinando. Non è raro, infine, che gli snodi narrativi giungano quando il narratore non è visto, e per caso o volontà si ritrovi ad osservare e ascoltare, e finalmente quello che aveva dapprima solo immaginato, o in certi casi nemmeno lontanamente pensato, gli si svela. Molta della letteratura di Marìas, scarnissima di azione e per questo quasi anti-storica, si gioca sulla sottile differenza che esiste tra due azioni intrinsicamente passive e che ben si chiariscono nei loro corrispettivi verbi inglesi - lingua prediletta oltre allo spagnolo visto il passato da traduttore -: "overhear" e "eavesdrop". Identiche nel risultato, ma diverse nelle intenzioni, overhearing prevede un'ascolto del tutto casuale di una conversazione altrui, eavesdropping invece, è l'orecchio alla porta, il restare nascosti con lo scopo di ascoltare e conoscere. Che il narratore di Marìas abbia optato per il primo o il secondo, fa poca differenza: è quasi sempre in quel momento che nei suoi libri la storia trova il suo momento di svolta principale.

Snodo analogo è presente anche nell'ultimo libro del maestro spagnolo, "Così ha inizio il male", pubblicato come sempre in Italia da Einaudi. Il giovane Juan De Vere è un giovane entrato in casa di un regista relativamente celebre, Eduardo Muriel, e della sua enigmatica moglie, Beatriz Noguera, con il ruolo di tuttofare. Accompagna e aiuta il regista in diverse faccende, tra cui traduzioni di scenaggiature. Sarà in una notte passata nella grande casa della coppia in calle Velàzquez, allogiato nella chambre de bonne, che quasi furtivamente si ritrova ad assistere ad una scena per lui inspiegabile: lei in camicia da notte, e null'altro addosso, che bussa alla porta del marito, lui che che la tratta con disprezzo e gli dice parole durissime ricacciandola nella propria. Eavesdrop.

Tutto il libro, ambientato nella Madrid degli anni '80, prima cioè che il divorzio divenisse pratica accettabile anche nella cattolicissima Spagna, è la ricerca di una verità celata dietro le formalità e i filtri della vita borghese. L'incipit del libro è essenziale per spiegare una storia che altrimenti non avrebbe avuto ragionevolezza al giorno d'oggi:

Non è passato molto tempo da quando è successo tutto quanto - meno di quanto duri in genere una vita, e che piccola cosa è una vita una volta che è finita e quando ormai la puoi raccontare in poche frasi e non lascia nella memoria altro che ceneri che si staccano alla minima scossa e volano al minimo alito di vento -, eppure una storia così oggi non sarebbe possibile. (pag. 5)

Il giovane De Vere sarà presente da quel momento in poi, proprio come un osservatore neutrale e mai pienamente considerato, a tutta una serie di eventi che esporranno la falsità di quella vita matrimoniale solo abbozzata, ma non solo. Su incarico dello stesso Muriel, tenderà un'agguato anche ad un frequente visitatore ed amico dello stesso, sul cui passato si sono rincorse e sono giunte alle orecchie di molti, storie indicibili dei tempi della dittatura franchista. E anche questa è tematica cara a Marìas per motivi di biografia. Il padre, per le sue idee e frequentazioni, ebbe non pochi problemi con il regime, al punto che fu costretto per qualche anno all'esilio statunitense nel New Haven (Connecticut), dove il piccolo Marìas fu educato in casa allo spagnolo e più in generale alla cultura d'origine. Le pagine del pedinamento, dei trucchi usati per svelare la vera natura del dottor Van Vecheten, questo il suo nome, fino al momento finale dell'agguato, sono pagine intense e dolorose, in cui l'autore riannoda e fa fare a tutti i conti con il passato più nero della Spagna, lasciando emergere dal comodo presente una storia come ce ne sono state certamente moltissime, ma che per quieto vivere è finita inabissata dal momento che Franco è morto e la Spagna ha finalmente intrapreso il percorso della democrazia sulle basi di un blando e rinnovato patto sociale.

"Così ha inizio il male e il peggio resta indietro" è la citazione completa shakespeariana che come da tradizione di Marìas dà il titolo all'opera. Si rincorre e si ripete più volte tra le 451 pagine del libro, sempre con nuovi significati, sempre con maggiore senso. Ma cosa significa? Come spiega l'autore stesso, fa riferimento al beneficio o alla convenienza che si può ottenere rinunciando a sapere quello che non si potrebbe né dovrebbe sapere, per il semplice fatto che non lo abbiamo vissuto, e dunque ci viene solo raccontato. Al giovane De Vere è chiesto dapprima di indagare, di scoprire e di farsi raccontare, e poi di dimenticare, ignorare tutto; il passato è passato.

Tutto quello che accade è già accaduto e non si può cambiare, questa la terribile forza dei fatti, o il loro peso che non si solleva più. Forse conviene dare un'alzata di spalle, annuire e far finta di niente, accettare che questo è l'andazzo del mondo. "Thus bad begins and worse remains behind", è quel che dice Shakespeare nella sua lingua. Solo dopo quell'alzata di spalle, solo dopo che abbiamo annuito, solo allora il peggio resta indietro, perché se non altro è passato. E così ha inizio il male, che ancora non è arrivato. (p. 330-31)

"Così ha inizio il male" è un libro di racconto e memoria, che fa i conti con il tema della giustiza e della vendetta in perfetto stile mariasiano. Fondamentale resta l'ambientazione spagnola, e più di una volta, per stessa ammissione dell'autore in molte interviste consultabili sul web, si ha l'impressione che il suo stesso vissuto, o perlomeno quello che a lui è stato raccontato, abbia avuto un ruolo di filtro per una storia certamente inventata ma verosimile. Non esiste la giustizia disinteressata e personale, fa dire ad un certo punto del libro a Muriel, quando questi è messo di fronte alla possibilità di ascoltare finalmente per bocca del suo giovane collaboratore la verità sul vecchio amico; allo stesso tempo, secondo il classico tema shakespeariano, la tragedia è alle porte, e il racconto del torto originario della moglie apparirà quasi come poca cosa se confrontata al resto e a quello che sta per venire. Resta da chiedersi infine, se esiste ancora qualcosa che si possa chiamare giustizia a regolare le umani sorti, e anche su questo Marìas resta e ci lascia incerti e pensosi. Per salvare se stessi, pare essere la strada suggerita, non si dovrebbe sapere niente.

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