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SATANTANGO

La riscoperta di un capolavoro ungherese.

Per prima cosa ci sono pioggia e fango. Poi ci sono fiumi di pálinka, la bevanda alcolica tradizionale d'Ungheria e paesi limitrofi, e infine tutto l'esecrabile di un'umanità ridotta alla rovina. Inganni, mistificazioni, tradimenti, volgarità, risse, Satantango è questo e molto altro; è la storia di una truffa perfida e di una comunità sperduta, quel che resta di una comune agricola, nella campagna magiara al tramonto, o quasi, del comunismo. Qui vivono persone stanche e anche esse in rovina, anzi, sembra quasi che uomini e ambiente vadano di pari passo: tanto derelitto e sperduto il villaggio, così derelitta e sperduta l'umanità che lo popola. Unica valvola di sfogo nonché centro delle interazioni sociali la kocsma, una locanda, adibita a stordimenti, bivacchi e balli sfrenati.

Scritto da Lázló Krasznahorkai nel 1985, Satantango è stato il romanzo d'esordio di uno scrittore e sceneggiatore di culto della vecchia Europa, a cui il meritevole lavoro di un traduttore connazionale, il poeta George Szirtes, ha regalato rinnovata fama mondiale. L'opera ha trionfato nel 2015 al Man Booker International Prize ed è stata portata benemeritamente in Italia da Bompiani nel 2016, tradotto da Dóra Várnai.

La vita scorre sempre uguale nello stabilimento, non c'è molto da fare a parte lamentarsi, osservare la pioggia cadere o ubriacarsi, magari sognando un riscatto, fosse anche solo un posto caldo dove dormire. Eppure quella mattina, la mattina in cui tutto ha inizio, è capitato qualcosa di anomalo: Futaki, uno degli abitanti del villaggio, ha sentito il suono di una campana, cosa strana visto che la cappella più vicina è a quattro chilometri di distanza e il campanile è andato distrutto da tempo. E' con questo espediente curioso che la lingua lavica di Krasznahorkai inzia la sua lenta azione che condurrà tutto e tutti fin negli inferi dell'animo umano, trascinando con sé l'esercito degli ultimi.

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Una scena da Satantango nella versione filmica di Béla Tarr, 1994

Per mano e a stenti, come se si camminasse davvero tra il fango e le pozze di questo interminabile inverno della Storia, il lettore è portato all'interno di un mondo popolato da personaggi ambigui e acciucchiti, collerici e infedeli, in certi casi veri e propri matti; anti-uomini in cerca di un salvifico riscatto. C'è Futaki, naturalmente, che è quello che crederà di potercela fare più di tutti, e poi tutti gli altri: gli Schmidt, la signora Halics, i Kraner, Kerkes, gli Horgos, oltre che un dottore perennemente ubriaco che osserva tutto dalla propria finestra e annota ogni cosa come un maniaco su quaderni d'archivio. Tutti vengono dipinti nelle loro ambizioni - poche -, nelle preoccupazioni e nei vizi - molti - con tratti realisti e decadenti, in dialoghi interminabili e frammentati. "Ho scritto nella lingua più simile a quella del pensiero", dirà a più riprese l'autore. I due personaggi chiave sono però fuori dal villaggio: Irimiás e Petrina. Dati entrambi per morti, in realtà sono due piccoli perdigiorno, finiti in una colonia penale per vagabondaggio e, scarcerati in anticipo, al patto di essere occhi e orecchi di un oscuro capitano dell'apparato para-statale ungherese.

Fin da subito in Satantango avviene dunque uno scollamento decisivo e geniale tra la storia che viene presentata al lettore (la truffa che stanno preparando Irimiás e Petrina) e quella che si sviluppa sotterranea ai danni delle vittime, cavie ignare di un crudele esperimento. La stessa figura di Irimiás è quella che più di tutte solidifica questa dualità: Messia o traffichino da quattro soldi, a secondo della prospettiva dalla quale lo si guardi. Il ritorno allo stabilimento, che tutti dall'interno vedono come il momento che cambierà per sempre e in meglio la loro vita, non sarà altro che il colpo di grazia di un destino beffardo.

"Cosa ti fa pensare che siano ancora lì?" chiede eccitato (Petrina). "Secondo me hanno tagliato la corda da un pezzo. Se hanno un po' di cervello." "Cervello?" sghignazza Irimiás. "Quelli? Servi erano e servi resteranno finché campano. (pag. 54-55)"

Denso di sequenze oscure e patetiche, buffe e drammatiche - la morte violenta del gatto Micur per mano di una bambina è tra le pagine più dolorose che si possano leggere - Satantango si dipana circolarmente proprio come un tango, assumendo in più di un'occasione i connotati della black comedy. Sempre in bilico tra l'allucinazione da sbronza di un osservatore dispettoso e una realtà fosca, e quindi in questo satanica, tutto in questa opera è Simbolo e monito. Siamo a metà circa del libro quando a Kerekes viene data una fisarmonica piena di ragnatele; è qui, che con il senno di poi, che si racchiude tutta la tragicità e l'amarezza dell'opera e della sua umanità disperata, ridotta alla felicità effimera di un tango da sfinimento.

Kerekes batteva instancabile il ritmo con il piede dietro il "biliardo", e i danzatori impazienti non gli lasciavano nemmeno il tempo di finire un bicchiere di vino tra un brano e l'altro, ma gli mettevano davanti sempre nuove bottiglie purché non si concedesse pause. E Kerekes non si opponeva, un tango seguiva l'altro, finché a un certo punto iniziò a suonare la stessa canzone a ciclo continuo, ma nessuno se ne accorse... (pag. 178)

SATANTANGO
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