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TABU'

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Sui limiti del desiderio e i comandamenti violati.

desidèrio (ant. disidèrio e desidèro) s. m. [dal lat. desiderium, der. di desiderare «desiderare»]. – 1. Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento, l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale: sentire, provare il d. di una cosa; formulare, esprimere un d.; essere tormentato dal d.; appagare, accontentare, soddisfare i proprî d.; manifestare un d., o il d. di ... (Definizione di desiderio Treccani).

Giordano Tedoldi è uno scrittore romano, classe 1971, che sembra divertersi nel prendere le convenzioni, letterarie e non solo, e farne strali da scagliare il più lontano possibile dalla propria narrativa. Si dilettò allo stesso modo nella raccolta di racconti che gli hanno dato meritata fama Io odio John Updike (Minimum Fax), ma è con Tabù, da poco uscito per Tunué, che questo processo sembra essere arrivato alla maturità e alla compiutezza che la forma del romanzo amplifica e potenzia.

Non desiderare la donna d'altri; è ben più che una questione di decènza, è un comandamento, un'interdizione sacrale. Eppure è naturalmente il più infranto. Lo sa bene Tedoldi, e il protagonista dell'opera, Piero Origo, un professore di liceo classico lascivo e con una passione per l'alcol e gli psicofarmaci. L'oggetto del suo desiderio è una donna di nome Emilia, incidentalmente moglie del suo migliore amico Domenico, un uomo di discreta fama. Tutto ebbe inizio poco prima del matrimonio tra i due, quando in una notte di incertezze Enrica dormì a casa di Piero, stretta al suo corpo dopo un pianto incontrollato. Non accadde nulla quella notte, eppure iniziò tutto.

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David Horowitz, The coleric Bell Barks at Noon, 2016

Va per gradi Tabù, dapprima seguendo un canone classico, poi via via complicandosi e frammentandosi - tabulae, graffiti, richiami, onde - come iniziano a chiamarsi da un certo momento in poi i capitoli o brevi paragrafi. Il primo atto carnale sarà sotto gli effeti del paracetamolo, quando Piero finisce con il dormire per colpa di una febbre improvvisa sul divano di Emilia e Domenico. Da lì in poi il desiderio comincia a farsi piano piano strada all'interno della storia, e quasi come in un rito cannibalico d'accerchiamento, che si fa sempre più allettante e incontrollato, sarà rilasciato in tutta la sua potenza letteraria.

Lo sviluppo della storia porterà i personaggi a K**** (poi ribattezzata Xanadù), una sorte di comune all'interno di un castello in una località di mare. Sarà lì, che con similitudini e degenerazione quasi decameroniana, i comandamenti e i limiti della buona società saranno spostati ben oltre il tollerabile, per essere derisi e infine distrutti e uccisi. Piero, Marco, Dolly, Vanna, Danilo, Antonia e poi Barbara, una studentessa di psicologia che ricorda i soggetti più rotondi di Rubens, sono tutti i protagonisti di una storia che, in un simbolico rovesciamento dell'opera di Boccaccio, rappresentano essi stessi l'epidemia licenziosa e il contagio dei buoni costumi; soggetti ostili e devianti rispetto alla sanità, per quanto fittizia, della vita borghese. Barbara, che poi sarà ribatezzata Messabianca, entrerà nella comune attratta da curiosità accademica e finirà con il diventarne prima vittima e infine grimaldello. Tutti saranno comunque protagonisti dei triangoli tanto necessari alla storia.

L'angoscia del futuro, l'educazione, il mantenimento, la cura, il ridimensionamento della libertà sessuale, erano tutte cose che avevo valutato e di cui non m'importava nulla. M'importava solo di prendere per il collo il destino, prima che fosse troppo tardi. L'imponderabile mi avrebbe plasmato. (p. 117-118)

E' con queste parole che Piero spiega a se stesso l'unico convincimento della propria vita in un momento estremamente topico della narrazione, riassumendo la prima parte del libro come fosse un sacerdote del nulla.

La seconda metà è invece un salto temporale e di registro quasi inaspettato. Piero non avrebbe vissuto abbastanza e dunque le sue memorie, ben impilate in una cartellina trasparente, furono prese e portate a compimento da un prete, diventato negli ultimi anni amico, di nome Eusebio Kuhn.

Sei morto orribilmente nel peccato, ma prego per te ogni giorno, mattina, pomeriggo e sera, gli stessi orari in cui prendevi le medicine. Tu, che non davi alcun peso alla nominanza, né in vita né postuma, mi chiedesti, piuttosto che preghiere in suffragio, di completare la tua biografia. (p. 171).

Piero Origo aveva finito i suoi giorni, malato incurabile di quella vita, ossessionato al pari di un etnologo da quelle che lui stesso reputava come le uniche quattro facce della realtà: gli uomini, le donne, il sesso degli uomini e delle donne, e il loro fine ultimo: i bambini. Contagio/purificazione, endogamia/peccato carnale, presenza/assenza dell'oggetto del proprio desiderio: sarà su queste dicotomie e doppiezze che si poggeranno le scoperte sconvolgenti delle ultime pagine, a spiegazione quasi fatalistica di conseguenze altrimenti inspiegabili, di quello che è un percorso narrativo che impennerà altissimo, travalicando il reale, fin nell'onirico e nello psichico.

Quello che resta alla fine del libro, difficile da afferrare subito, è una sensazione primitiva di nudità - metaforica e non solo. Ogni personaggio, e anche qualche lettore, non potrà fare a meno di sentirsi anche solo per poco un archetipo scheletrico ma autentico della razza umana. Si fa beffe della società e ritorna infine ad essa, Tabù, e per questo è un libro che va letto con cautela e che si sedimenta piano. Destino analogo ma forse senza ritorno, nemmeno apparente, è per la religiosità del nostro tempo; Padre Kuhn è infatti più che un personaggio secondario e le sue tentazioni sono lo specchio di crepe modernissime sull'intera fabbrica spirituale dell'uomo. Tedoldi, dal canto suo, si conferma tra gli autori più interessanti di questa notevole epoca letteraria italiana.

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