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VITE MINUSCOLE

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Lo stupefacente monumento contadino di Pierre Michon.

Nel 1984 Pierre Michon non aveva mai pubblicato. Non che non ci avesse provato; all'epoca aveva quarant'anni e da tempo si cimentava in opere fantastiche e velleitarie che tali erano destinate a restare. Semplicemente, l'attenzione dell'esigente mondo editoriale francese lo sorvolava. Era come se a nessuno interessassero le sue storie. Poi - o per questo, chissà - arrivò Vite Minuscole, pubblicato da Gallimard, e da pochi mesi presente nel prezioso catalogo Adelphi in Italia.

Otto brevi racconti e dieci personaggi legati a Michon dal sangue o dalla provenienza geografica; ciascuno è intitolato alla vita ricordata e senz'altro romanzata di persone conosciute o delle quali l'autore ha sentito parlare almeno una volta: Vita di André Dufourneau, Vita di Antoine Peluchet, e così via. "Ho scritto per salvare la mia stessa pelle" dirà in seguito, ricordando l'opera che con il senno di poi gli avrebbe salvato letteralmente la vita, contribuendo quanto meno a renderla più facile. Quando fu data alle stampe in molti gridarono al miracolo; un fulmine inaspettato nel firmamento letterario francese, disse più o meno Le Monde, e con esso tutto il gota culturale francese.

Le vite di cui parla Michon sono minuscole perché non fosse stato per l'autore e per l'intervento salvifico della letteratura, sarebbero andate dimenticate nel volgere di poco tempo, come impronte incerte, presenti solo in qualche racconto contadino tramandato, ingigantito e sbeffeggiato nelle locande e nelle umili case di La Creuse, dipartimento caro nel cuore della Francia. "Di uno dei due mi hanno parlato; dell'altro, mi sembra, conservo il ricordo" (pag. 15), scrive cosí nel primissimo racconto offrendo subito al lettore il tono e il senso di quello che ha deciso di fare. Ed è con questo spirito infatti, di ricordo e di ricerca di una salvezza personale, che Michon parla ad esempio dei suoi nonni nel magnifico racconto a loro dedicato: Vite di Eugène e Clara, con l'obiettivo subito reso manifesto di riannodare ogni filo della sua storia e dare un senso a quella tragicità che l'ha avvilito per gran parte della gioventù. Il padre scomparve , - lo chiama il Disperso, l'Assente in questo racconto -, e anche per questo la sua vita era stata funestata da fantasmi acquietati solo con fiumi di alcol e barbiturici.

Pierre-Michon

A mio padre, inaccessibile e nascosto al pari di un dio, riesco a pensare solo in modo indiretto. Come un fedele - cui magari la fede mancasse -, ho bisogno del conforto dei suoi intermediari, angeli o ecclesiastici; e mi viene anzitutto in mente la visita annuale (in precedenza, forse, era stata semestrale, e all'inizio perfino mensile) che mi facevano i nonni paterni quand'ero bambino, il cui immancabile effetto, direi, consisteva nel rammentarmi ogni volta la sparizione del padre. (pag. 61)

Ogni vita narrata è allo stesso tempo un universo e una piccola tessera di un puzzle, utile ed essenziale per la comprensione della propria vita minuscola: Michon è infatti spettatore o co-protagonista di ciascuna di esse, come fanciullo bizzoso, o come vittima della furia pestatrice di un uomo infastidito dalle sue intemperanze; eppure non c'è mai egoismo, mai invadenza. La presenza dell'autore è sempre lieve, spesso in disparte, per meglio osservare gli altri, quelli che nessuno nota. Ad esempio, il racconto della rissa di cui sopra, ha nella struttura narrativa di Michon il solo scopo di introdurre la figura di Père Foucault, un vecchio con cui si è ritrovato vicino d'ospedale nel periodo di degenza post rissa, e che rifiutava sdegnosamente ogni tentativo di cura da parte del personale medico. E' uno dei racconti più straordinari dell'opera. Quell'uomo si consegnò a morte certa nella povera provincia, restando con lo sguardo fisso sui tigli del cortile, perché era analfabeta, e per questo aveva deciso di risparmiarsi la vergogna dell'essere quello che era in un grande ospedale parigino dove lo avrebbero dovuto trasferire. Certamente solo, in quel mondo per lui ostile, non avrebbe saputo compilare alcun modulo della fredda burocrazia ospedaliera, né avrebbe compreso o saputo spiegare alcunché a chiunque lo avesse visitato. Meglio la morte che quella vergogna, ipotizza romanticamente Michon.

Sarà morto alle prime nevi; con un ultimo sguardo si sarà raccomandato agli angeli grandi e bianchissimi in cortile; qualcuno gli avrà tirato il lenzuolo sulla faccia, meravigliata per la pochezza della morte quanto forse lo era stata per la pochezza della vita; sarà per sempre chiusa quella bocca che così raramente si era aperta; e per sempre immobile, vergine d'opera, serrata sul nulla della lenta metamorfosi in cui oggi è sparita, quella mano che non tracciò mai una lettera. (pag. 130-131)

In Vite Minuscole Michon riesce nel miracolo di surgere a vero e proprio monumento uomini e donne che mai avrebbero potuto aspirare a tanto, e che forse mai avrebbero voluto. Il tessuto narrativo, che è poi coincidente con quello doloroso della memoria personale, è delicato e spietato - con se stesso soprattutto - ma quasi mai patetico, anche laddove è la finzione a prendere il sopravvento e il materiale a disposizone dell'autore diviene mero strumento di riflessione e proiezione. Cosa non da meno, il tutto è espresso con lingua scintillante, quasi a voler rendere onore, come si deve e come è spesso negato, alla memoria della "povera" gente di Les Cards, i minuscoli di ogni tempo e di ogni dove.

VITE MINUSCOLE
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