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IL DONO DI SAPER VIVERE

La maledizione di raccontare e le y di una vita

Che la vita sia un eterno bivio, che il tempo si dispieghi davanti a noi più in forma di y che di linea retta è cosa nota più o meno a chiunque. Che anche un romanzo possa presentare quella stessa biforcazione, e che uno scrittore scelga di imboccare la nuova strada, abbandonando quanto fatto fin lì, lo è un po’ meno.

Strano libro, Il dono di saper vivere. Intanto è uno di quelli che prendi sulla fiducia, per la stima nei confronti dell’autore, Tommaso Pincio, tra i più interessanti degli ultimi vent’anni in Italia. L’ho comprato sapendo solo che avrebbe trattato in qualche modo la vita di Caravaggio. Poteva essere un romanzo storico, magari sulla falsariga di qualcosa che avrebbe potuto scrivere Thomas Pynchon, oppure no, poteva essere l’opposto. E infatti dell’opposto si è trattato, e chiudendo il libro non potevo che esserne grato.

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Appena pubblicato da Einaudi, Il dono di saper vivere è un romanzo, un’autobiografia, una biografia e un saggio. Comincia in una cella, un detenuto che parla con i muri e di tanto in tanto, svogliatamente, con un avvocato. Non sappiamo nulla di quest’uomo, se non che è ossessionato da uno strano proverbio russo: «Serba il vestito da che è nuovo e l’onor fin da giovane» e che qualcosa nella sua vita non è andata proprio come si immaginava. «L'impresa più ragguardevole che mi si può ascrivere è un omicidio che neanche ho commesso.» (p.8). Ma non solo.

Vi è in questo uomo un filo che ne lega il destino e il fallimento a quello di un altro uomo, che nei pochi anni che ebbe in sorte di vivere tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, cambiò per sempre la storia della pittura: quel giovane era Michelangelo Merisi da Caravaggio. L’origine di questo curioso legame è presto detto:

(...) dissi di avere in cantiere un libro. Il soggetto era, se possibile, più triviale della pretesa di scrivere un libro. Riguardava la vita e forse l'opera di un pittore maledetto fra i più adorati dalle masse, anzi del più adorato dei pittori, maledetti e non; (p.17)

L’innesco è dato. Il detenuto, quando era giovane, appena uscito dall’Accademia di Belle Arti, era senza un soldo e con scarse prospettive. Si trattava del più classico degli scapigliati, inadatto per indole pressoché ad ogni contesto. Spinto dalla necessità di guadagnare qualcosa decide di cimentarsi in un lavoro per il quale non ha alcuna predisposizione: vendere telefax della Olivetti. La sua sola intuizione fu quella di presentare l’apparecchio alle molte gallerie d’arte del centro di Roma.

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Il bacchino malato, 1593-94, Galleria Borghese

La storia del pittore è stata per lui una vera ossessione. Pare infatti che il Caravaggio, non a caso chiamato Gran Balordo, non abbia mai smesso di mettere lo zampino nella sua vita. Da ragazzo, nel corso di una gita alla Galleria Borghese, viene paragonato per scherno al Bacchino Malato ritratto da Caravaggio; riesce a vendere l’improbabile telefax ad un’unica galleria, un posto semi-nascosto, in via di Pallacorda, la strada dove qualche secolo prima, Caravaggio ferì a morte Ranuccio Tomassoni; sempre in quella galleria, ritrova un’opera del Cavalier d’Arpino, titolare di una bottega in cui lavorò Merisi stesso, e che raffigura il soggetto di Davide e Golia - il quadro ricorderà al ragazzo il ben più impressionante lavoro sempre del Caravaggio; di ritorno a casa da quel primo incontro nella galleria, con una busta piena di soldi per la vendita del telefax e con un’offerta di lavoro inattesa, si ritrova a contemplare le banconote da centomila lire, quelle con la faccia del Caravaggio. È in quel preciso momento che inizia a domandarsi se è il caso o meno di cominciare a prendere tutta quella sequela di coincidenze come un segno.

Accetterà il lavoro che il titolare di quella galleria noto nell’ambiente come l’Inestinto gli ha offerto, e nel corso dei molti anni trascorsi in quel posto, userà più di una volta proprio la storia di Pallacorda e del duello che lì ebbe Caravaggio, per imbonire e mercanteggiare con gli sparuti avventori…

Poi cambia tutto, nel libro intendo. A pagina 78 il racconto si interrompe, con una frase in sospeso, ed ecco che ci ritroviamo catapultati nell’appartamento di Pincio stesso: la maledizione di raccontare si chiama questa nuova sezione. Il romanzo che aveva il detenuto come protagonista viene sostituito dalla breve cronaca di un litigio sotto casa, caos quotidiano della Roma di oggi. E poi la confessione.

Semmai non fosse ancora evidente, la voce di questo libro non è più la stessa. Niente discorsi agli odiati muri. Al carcerato chiamato Melancolia subentro io. (p.91)

D’ora in avanti inizia un nuovo libro; l’autore ha preso coscienza dell’impossibilità di continuare nell’idea di romanzo con cui aveva iniziato, e così, come in uno dei mille bivi della vita – una y, sarebbe questo il tempo (p.39) – cambia strada e il romanzo diventa altro. Cosa diventi mi è difficile dirlo. Siamo in bilico tra l’autobiografia – Pincio ha lavorato in galleria ed è anche pittore -, la biografia e il saggio. Lo scopo ora è quello di fare i conti con la vita di Caravaggio, o meglio ancora, con la sua eredità presso i posteri.

Il destino postumo di Caravaggio, in particolare il lungo periodo in cui venne accantonato o ricordato per le intemperanze e lo scandalo della sua pittura al vero, fu anch'esso il frutto di una serie di invenzioni dipese solo in parte da lui. (p.122)

Ripercorrendo pareri ed opinioni che vanno da quelli di biechi contemporanei fino ai più insigni studiosi, quello che è giunto a noi di Caravaggio è nient’altro che un riflesso deformato di una vita insolita, un fantasma a dire il vero. Anche l’autore avrebbe contribuito ad un nuovo fantasma, e proprio per questa raggiunta consapevolezza, ci vengono mostrati i principali, quelli cioè che dal giorno della sua morte hanno sostituito il Michelangelo Merisi uomo e lo hanno soppiantato presso il mondo esterno.

Il merito di Pincio è quello unico di trattare con gli strumenti di una letteratura ibrida una vita che è stata sempre e solo discettata nella saggistica. Grazie alla rappresentazione tridimensionale che scaturisce da questo curioso esperimento, il Caravaggio che ci viene restituito è finalmente umano, fuori dai cliché che lo hanno cannibalizzato. In breve è ben diverso dal figuro bidimensionale che tutti ci siamo ritrovati a maneggiare consapevoli o no, come quando è stato per certi anni della nostra vita, solo una faccia su una banconota di grosso taglio.

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Il filo del denaro, il filo della morte, il filo del rumore (qui c’è una magnifica descrizione della Vocazione di San Matteo oltre che una serie di considerazioni sull’immagine moderna che meriterebbero un libro a parte), il filo della malinconia, il filo dello specchio. Ripercorrendone ciascuno, il lettore verrà accompagnato attraverso le principali “narrazioni” che sono state fatte del Caravaggio. Il percorso sarà dotto ma mai pedante – lo stile, anche ora che il romanzo non è più propriamente tale, è quello che si addice ad una autobiografia e biografia letteraria. E così, proprio come nell’idea originale poi abortita ma in fondo portata a termine per vie traverse, Pincio riesce nel miracolo di scrivere di Caravaggio come non aveva mai fatto nessuno.

E morì malamente, come male havea appunto vissuto. Con queste parole tremende Giovanni Baglione, un pittore rivale di poco talento suo contemporaneo, concluse una delle primissime biografie di Caravaggio. Non so se furono parole dettate dall’invidia, o se vi si può scorgere una nota di biasimo. So solo che alla fine della lettura resta una smorfia amara appesa alle labbra. Ripensando al titolo del libro, un titolo da interpretare in negativo, il dono di saper vivere che così chiaramente mancò a Michelangelo Merisi, non si può infatti che chiedersi se di quel dono, almeno in parte, ne abbia in fondo mai disposto alcuno.

(Questo è articolo è stato pubblicato originariamente su GlobusMag)

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